Tomb Raider

Regia di Roar Uthaug.
Un film con Alicia Vikander, Dominic West, Walton Goggins, Daniel Wu, Kristin Scott Thomas.
Titolo originale: Tomb Raider.
Genere Azione – USA, 2018, durata 118 minuti.
Distribuito da Warner Bros Italia.
Consigli per la visione di bambini e ragazzi: +13

Sabato 31 marzo, ore 21.00
Domenica 1 aprile, ore 21.00
Lunedì 2 aprile, ore 18.00 e 21.00
Martedì 3 aprile, ore 21.00

Solo Martedì per TUTTI Biglietto € 4,00

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Londra. Lara non accetta l’idea che il padre Richard, partito anni prima in viaggio, sia morto, e rifiuta di firmare le carte che la renderebbero ereditiera di enormi ricchezze. Quando scopre che la vera professione del padre era quella di archeologo, parte per Hong Kong per mettersi sulle sue tracce.
Un quesito paradossale attraversa lunghi tratti dell’atteso reboot di Tomb Raider. Perché proprio Lara Croft? Perché scegliere di rivoluzionare oggi senso e forma di un simbolo degli anni ’90, riempiendolo di significati quasi antitetici rispetto a quelli originari?

Il film del norvegese Roar Uthaug funziona, in modo quasi sorprendente, in un incipit in cui Lara Croft è solo un nome qualunque assegnato alla protagonista.

Un’orfanella che non accetta il proprio destino, e inganna il futuro in un presente di lavoretti da pochi soldi e corse in bici clandestine. Un romanzetto di formazione, forse semplicistico ma suggestivo, adattato al corpo atletico ma fanciullesco di Alicia Vikander. La Lara Croft che verrà – e che noi spettatori sappiamo arriverà di lì a poco – pare quasi un corpo estraneo, un passaggio obbligato, con il suo fardello di arco, frecce, tombe, trappole e balzi impossibili. Quando infine la missione archeologica diviene l’asse portante della narrazione, è come se una struttura prevedibile di genesi dell’eroe venisse giustapposta, come se un dovere venisse espletato.

Il rituale di peripezie, rischi mortali e maledizioni millenarie va in scena con una regia inadatta a gestire scene action corali e dinamiche. La sequenza di inseguimento nel porto hongkonghese di Aberdeen o l’esplorazione della tomba della dea della morte Himiko si rifugiano in schemi consunti, mascherano con la frenesia del montaggio le carenze di messa in scena. La sensazione dominante è quella di osservare l’attrazione di un parco dei divertimenti, senza che scatti mai il transfert di immedesimazione.

Unica eccezione la sequenza del relitto di aereo in bilico sulle rapide, in cui la tensione e la sensazione di profondità dell’inquadratura producono l’effetto desiderato. Tomb Raider si rivolge a un pubblico di adolescenti e lo dimostra la semplicità di dialoghi netti, privi di sfumature, da cui è impossibile trarre informazioni sulla psicologia dei personaggi. Il tema più interessante affrontato da un reboot, che assomiglia più a un prequel sul passato di Lara Croft, è la scelta di recuperare una proiezione del desiderio maschile come l’eroina del videogame e sconvolgerla fino a renderla irriconoscibile. La Lara di Alicia Vikander è tutto quello che la Lara di Angelina Jolie non era: asciutta dove quella era formosa, vestita dove l’altra lo era il meno possibile, impassibile dove l’altra era ammiccante. Un corpo virginale, ai limiti della fluidità sessuale, che abolisce la matrice sexy e insiste sulla figura di donna forte e indipendente promossa dal neofemminismo hollywoodiano. Wonder Woman, Furiosa di Mad Max o la nuova Lara vanno tutte nella medesima direzione: quella di sostituirsi all’uomo e dimostrare di essere migliori di lui sul suo campo. Di baci languidi o fuggevoli al cinema, in sostanza, siamo destinati a vederne sempre meno.

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