The Great Wall

Regia di Zhang Yimou.
Un film con Matt Damon, Tian Jing, Pedro Pascal, Willem Dafoe, Eddie Peng, Lu Han.
Titolo originale: The Great Wall. Genere Storico
USA, 2016, durata 104 minuti.
Universal Pictures

Sabato 4 marzo ore 21.00
Domenica 5 marzo, ore 16.00 e 21.00
Martedì 7 marzo, ore 21.00

Solo Martedì per TUTTI Biglietto € 4,00

William e Tovar sono due mercenari europei, in Cina con una missione: recuperare un po’ della fantomatica “polvere nera”, antenata della polvere da sparo, e portarla in Occidente. I due sopravvivono all’assalto di una creatura sconosciuta di colore verde, di cui conservano un arto reciso. Catturati dalle truppe d’élite dell’esercito cinese, finiscono per combattere al loro fianco contro i mostri verdi, denominati Taotie, che ogni 60 anni minacciano il mondo degli uomini. La Grande Muraglia è stata eretta proprio per cercare di fermarli, con ogni mezzo.
È difficile svincolare The Great Wall dal contesto in cui nasce e dagli intenti che ne caratterizzano chiaramente la genesi. Come molto di quanto Zhang Yimou ha girato negli ultimi venti anni, c’è uno scopo preciso per l’esistenza di The Great Wall, con ingombranti ragioni politiche ed economiche.

La Cina vuole dimostrare al mondo di cosa sia capace e ancora una volta è impossibile non rimanere ammirati di fronte alla magnificenza delle coreografie, all’uso delle comparse per le scene di massa, al ricorso a un 3D dalla vivida e impressionante verosimiglianza. Ma è come se l’industria cinese, che fabbrica a ripetizione blockbuster sempre più costosi, mirasse al superamento di se stessa sul mero piano tecnico, accontentandosi del fatto che a un pubblico che proviene da decenni di negazioni vada bene così. Come qualcuno laggiù comincia a osservare, è altro che manca al cinema commerciale cinese per ambire a un primato che sia tale a tutti i livelli: e non sarà The Great Wall a cambiare le cose, se non (forse) a seguito di un insuccesso al di fuori dei confini patri.
Il film di Zhang Yimou infatti si è attrezzato al massimo per l’esportazione: a questo si deve la presenza nel cast di Matt Damon e Willem Dafoe, in ruoli che evitino tanto le accuse di whitewashing – moralmente William non fa che imparare dai cinesi – che del suo contrario – William risolve la situazione in diverse occasioni e l’apprendimento sul piano militare e su quello umano è reciproco. Ma l’attenzione misurata con il bilancino a questi aspetti inficia prevedibilmente la scorrevolezza e la spontaneità di uno script che non va oltre i rigidi schemi di dialoghi convenzionali e insinceri.

A rimanere, dopo la visione di The Great Wall, non è una battuta né un’espressione facciale né un gesto che sia umano e non atleticamente ineccepibile. C’è chi ha parlato di Leni Riefenstahl come termine di paragone e l’accostamento è tutt’altro che peregrino: perché è fondamentalmente l’estetica di una superpotenza ad andare in scena, attraverso sequenze abbacinanti per coreografie ed estetica ma bidimensionali per spessore psicologico (a dispetto della loro esagerata tridimensionalità).

Primo ma non unico tra gli esempi, la difficoltà nel condurre una possibile storia d’amore che rimane abbozzata, senza l’audacia di andare fino in fondo, come se nessuno se la sentisse. Encomiabile il lavoro da corpo cinematografico action di Matt Damon, ma ridicolo quello sull’accento irlandese; sprecatissimi Willem Dafoe ed Andy Lau, benché la presenza nella medesima inquadratura di quest’ultimo e Damon – i due hanno interpretato lo stesso personaggio in Infernal Affairs e nel remake The Departed – provochi un effetto suggestivo. L’unica autentica sorpresa del film, probabilmente del tutto involontaria.

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