Loro 2

Regia di Paolo Sorrentino.
Un film Da vedere 2018 con Toni Servillo, Elena Sofia Ricci, Riccardo Scamarcio, Kasia Smutniak, Euridice Axen.
Genere Biografico – Italia, 2018, durata 100 minuti.
Distribuito da Universal Pictures.
Consigli per la visione di bambini e ragazzi: +13

Venerdì 1 giugno ore 21.00
Domenica 3 giugno ore 18.00
Lunedì 4 giugno ore 21.00

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È il momento dei confronti: fra Silvio ed Ennio, imprenditore del nordest testimone della prima ascesa di Berlusconi, tra Silvio e Sergio Morra, fra Silvio e Cupa Caiafa, fra Silvio e Veronica. Al centro c’è sempre Lui, proiezione delle speranze di riscatto di quelli (e quelle) che lo circondano, incarnazione materiale (e impudentemente materialista) dei sogni di (quasi) tutti. Loro2 si conferma superficie eternamente riflettente, come il font cromato in cui è inciso il titolo sulle locandine. E la sua estetica inane veicola visivamente un vuoto così pieno di sé da apparire come un intero perfetto, pura materia deprivata di ogni parvenza di spirito.

Nell’Olimpo di Villa Certosa siedono Giove e Giunone, i primi a rendersi conto di essere solo divinità pagane, rifrazioni dei desideri dei sicofanti e delle veneri minori che portano costantemente doni al loro altare.

Silvio costruirà un tempio per Veronica perché lei possa continuare la sua ricerca di quegli dèi nullatenenti cui lei chiede una personale redenzione, mentre Lui si aggira domandando “Sei tu Dio?”, e ipotizza che Dio sia “colui che sa le cose”: il che, per un uomo che “conosce il copione della vita” ma non la sua reale sostanza, corrisponde a quel Dio femmina, bella e giovane, attraverso il quale il regista di Youth cercava di sottrarsi all’avanzare della propria vecchiaia.

Lui è l’uomo di Teflon su cui anche le offese rimbalzano perché non ha alcun contatto con la sua interiorità, e nel suo essere pura esteriorità consente agli altri l’infinita possibilità di specchiarsi. Il suo autore preferito non è tanto il Buzzati del Deserto dei Tartari, che ha percezione dell’inutilità dell’attesa, ma quello dei cinquanta racconti dove un solo Colombre non perde la speranza di incontrare l’unico che lo vede davvero. Saranno due (male)femmine a rivelare Lui a se stesso, e non sarà uno spettacolo piacevole. Pietoso, è l’aggettivo che entrambe trovano per lui: ma in quell’aggettivo è contenuta anche la parola pietas con la quale entrambe si accomiatano.

Di nuovo, è l’uso della luce il linguaggio narrativo più efficace di Loro2: inizialmente ancorato a quelle sagome che si stagliano sul niente come cartonati pubblicitari, a poco a poco approfondisce le ombre, arriva a mangiarsi metà del volto di Lui, e scava solchi nei visi di quei Loro che hanno perso tutto quando la Terra (non gli uomini) si è ribellata alla creazione di un Eden fasullo. Alla fine resterà un solo Dio dissotterrato dalle macerie in cui Noi ci ritroviamo, ma anche quel Dio è un corpo lucido sul quale rimbalza una luce cruda e muta: un ennesimo specchio del nostro (dis)valore. Loro2 è una continua inversione di campo, in cui riconosciamo il tempo che ci ha plasmati, volenti o nolenti. Quando Silvio, per rispolverare il suo talento di venditore di sogni, telefona ad una donna qualsiasi, è a noi spettatori che parla, direttamente in camera, trasformandoci in quel pubblico che ha seguito per anni le sue televendite con un misto di ribrezzo e fascinazione. “Quella fiction che stiamo guardando” è la sua storia, ma è anche la nostra, e Villa Certosa è il museo di storia naturale che custodisce impagliati i nostri avi per darci il modo di capire perché Noi, oggi, siamo quello che siamo.

Il dio fasullo alla ricerca di quello vero è condannato a chiedere a chiunque “Tu cosa vorresti?” e ad illuderlo con l’ennesima promessa che non verrà mantenuta. L’opposizione fatica a metterlo a fuoco perché non si capacita che in Lui non ci sia nulla di complesso, e che la sua forza persuasiva stia proprio nel far apparire semplice ciò che non lo sarà mai, nel negare l’evidenza di una cacca pestata, financo l’esistenza di quella cacca, e nello sfuggire all’inevitabile domanda, la stessa che Nanni Moretti gli poneva ne Il Caimano: da dove vengono i soldi con i quali ha cominciato la sua scalata al potere? Ed è sintomatico che sia proprio il potere immobiliare a crollargli sotto i piedi, che i suoi prefabbricati, quelli per cui una generazione di nouveau riches ha acceso un mutuo nei lontani anni Ottanta, non soddisfino invece gli sfollati che conservano un ricordo del bello autentico, non plastificato. Perché Lui è in grado di regalare solo denti finti, ed è il sapore del suo Polident quello che ci rimane in bocca a fine visione.

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