Dickens – L’uomo che inventò il Natale

Regia di Bharat Nalluri.
Un film con Dan Stevens, Christopher Plummer, Jonathan Pryce, Justin Edwards, Morfydd Clark.
Titolo originale: The Man Who Invented Christmas.
Genere Biografico – Irlanda, Canada, 2017, durata 140 minuti
Distribuito da Notorious Pictures.
Consigli per la visione di bambini e ragazzi: Film per tutti

Venerdì 22 dicembre, ore 21.00
Sabato 23 dicembre, ore 21.00
Martedì 26 dicembre, ore 16.00
Mercoledì 27 dicembre, ore 21.00

Sei mesi dopo una trionfale tournée americana, Charles Dickens rientra a Londra dove lo attendono debiti e crisi creativa. Padre di una famiglia numerosa e figlio di un padre dissipatore, Charles è a caccia di denaro e di ispirazione. Illuminato all’improvviso dalle favole di una giovane domestica irlandese, decide di scrivere un racconto di Natale per l’ormai prossimo Natale. Ma i suoi editori, delusi dalle vendite dei libri precedenti, rifiutano di investire su quel bizzarro abbozzo di spiriti e vecchi avari. Ostinato e appassionato, Charles trova un illustratore e un’alternativa. In compagnia dei suoi personaggi, lavorerà duramente per sei settimane venendo a capo della sua storia e chiudendo per sempre i conti col passato. Le feste natalizie si avvicinano e le produzioni sfoderano l’artiglieria pesante.
Un bastimento di racconti incantati che provoca spesso un’indigestione di buoni sentimenti. Come fare allora a riconoscere un buon film di Natale?

Gli ingredienti obbligatori per l’attribuzione sono naturalmente la vigilia, la neve, un abete, una famiglia riunita intorno e un Babbo Natale che può essere declinato in angelo, elfo, diavoletto o fantasma. Ma l’elemento indispensabile, difficile da afferrare, è soprattutto uno stato dello spirito, un mélange di benevolenza, sentimento e riconciliazione a cui non difetta mai un tocco di redenzione. All’origine del più classico dei cocktail c’è il racconto di Charles Dickens (“Canto di Natale”), pubblicato in Inghilterra nel dicembre del 1843. Dickens non era certo il primo scrittore a celebrare lo spirito del Natale ma fu quello che incontrò il successo più grande, sancendo lo slittamento della festa religiosa verso la convivialità familiare, la cena della veglia e lo scambio dei regali.

“Canto di Natale”, che ha avuto numerosi adattamenti al cinema, l’ultimo è di Robert Zemeckis, racconta la storia di un vecchio uomo avaro e solitario che riceve la visita dei tre spiriti del Natale. Lo spirito del passato, del presente e del futuro. A turno, gli dimostrano quello che ha perduto e quello che perderà perseverando nella ricerca della ricchezza e dell’arricchimento personale. Numerosi i film che rivendicano l’eredità dickensiana, da Capra (La vita è meravigliosa) a Lubitsch (Il cielo può attendere), passando per Mayfield (Miracolo nella 34ª strada), tutto il mondo ha la sua chance e un angelo custode per riuscire e rimandare l’infelicità.
Tutto il mondo ha letto o visto almeno una volta quella storia di solidarietà, innocenza e bontà redentrice persuasa che la vita valga la pena di essere vissuta. Miracolo o no. Quella che racconta Bharat Nalluri è la storia (vera) dell’uomo che la inventò saldando i debiti e ricacciando indietro i fantasmi. Integrando la meraviglia all’ordinario, il meraviglioso al realismo sociale, l’immaginazione fervida al quotidiano laborioso di Charles Dickens, il regista gioca con le possibilità di questa (magica) intrusione. Il risultato non è tanto e non è solo il racconto biografico ma la rappresentazione del processo creativo dello scrittore e del suo percorso iniziatico che, grazie agli spiriti che gli rendono visita, rivive i momenti salienti della sua vita.
Pensato per grandi e piccini, ma le implicazioni sono più terrificanti per un adulto che ha sovente dietro a lui una vita di errori e di rimorsi che per un bambino che ci vede soltanto una storia di fantasmi, Dickens – L’uomo che inventò il Natale è una favola natalizia che dosa stupore e candore senza rinunciare alla complessità. Dietro l’aria spensierata e gli occhi blu di Dan Stevens, il film rivela un’anima struggente e una buona tensione drammatica. Assediato dai suoi personaggi, che bussano educati alla porta del suo studio e lo seguono per strada in cerca di un finale, Charles Dickens cova un dolore. Il dolore fatale dell’abbandono e di un’infanzia sfruttata dentro una fabbrica di lucido da scarpe, l’angoscia sublimata nei suoi romanzi e nei suoi eroi dai colori forti, alle prese con la miseria sociale e morale. Personaggi che nutrono ancora oggi l’immaginario infantile e che non hanno ancora finito di interrogare quello adulto.
Bharat Nalluri lavora sulla ferita e sulla guarigione, sulla proiezione e sul transfert, sull’innocenza che il male non è riuscito a corrompere. La favola è là, discreta, cruda e piena di pathos. Mano sul cuore e fazzoletto alla mano, narra con l’elaborazione letteraria dell’artista, la rielaborazione emozionale dell’uomo, un uomo che affronta i propri mostri fino a farne il carburante della propria creatività. Nalluri indaga gli elementi dolorosi del percorso di Dickens/Scrooge che davanti alla prospettiva della ‘morte’ si domanda(no) come fare ad affrontare la vita. Un momento di presa di coscienza brutale (e universale) che persuade a cambiare, aggiustare, crescere, prima che sia troppo tardi. Quella di Dickens è alla fine una storia umana, la più bella. Eterna e piena di speranza come il Natale.

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